Legge Fallimentare

Ricorso abusivo al credito: presuppone il fallimento?


Il reato

Secondo quanto stabilito dall’art. 218 L.F., gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un’attività commerciale chericorronoocontinuano a ricorrere al creditodissimulando il dissesto o lo stato di insolvenza, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni. 
La condanna comporta l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commercialee l’incapacità a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresafino a tre anni.
La disposizione in oggetto, quindi, tende a sanzionare soggetti specificatamente indicati cheassumano un debitotrovandosi tuttavianell’impossibilità di sostenere a livello economico l’adempimento dell’obbligazione pecuniaria                                                               contratta con l’istituto bancario
 

Presupposto per l’applicazione della norma 

Ci si è chiesto se nonostante la norma non faccia espressa menzione alla necessità delladichiarazione di fallimentoper l’applicazione della disciplina prevista in essa, detta dichiarazione sia comunque necessaria qualepresuppostodella figura delittuosa. 
Purtroppo, dottrina e giurisprudenza in passato non erano concordi nel ritenere che il ricorso abusivo al credito richiedesse necessariamente che il soggetto al quale esso fosse addebitato fosse stato dichiarato fallito.  
La Suprema Corte di Cassazione penale è intervenutarisolvendo detto interrogativostatuendo con sentenzan. 44857/2014che “Ilfallimentoèpresupposto necessarioper configurare il reato di abusivo ricorso al credito, ovvero il reato che punisce chi continua a chiedere prestiti dissimulando il dissesto o lo stato di insolvenza.”
Secondo la Corte, infatti, al fine di desumere la necessità della dichiarazione di fallimento è possibile fare riferimento alcomplesso di normein cui la norma in oggetto è inserita, anche attraverso l’interpretazione di altre disposizionisulla legge fallimentare. 
Nello specifico:   
  • l’art. 218 L.F.è collocato nella legge fallimentare nel capo intitolato “Reati commessi dal fallito”;
  • l’art. 221 L.F. stabilendo che “se al fallimento si applica il procedimento sommario …” conferma la volontà del legislatore di sanzionare le condottesolo in caso di dichiarazione di fallimento;
  • l’art. 225 L.F.nel sanzionare il ricorso abusivo al credito commesso da soggetti diversi dal fallito, richiede espressamente che si sia verificatoil fallimentodella società.

Responsabilità solidale della banca

L’erogazione imprudente del creditoda parte di una banca ad amministratori di una società che haperso interamente il capitale socialepuò integrare un illecitoconcorrentedell’istituto nel reato di concessione abusiva del credito. 
Detto principio è stato confermato dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenzan. 9983/2017con la quale ha statuito che: “In un fallimento con concessione abusiva del credito da parte della banca all'impresa già in stato di insolvenza, il curatore è legittimato a chiedere alla banca i danni subìti dalla massa per tale condotta. L'istituto di credito, infatti, risponde in solido per i risarcimenti se, malgrado la mala gestio degli amministratori e la perdita di capitale, abbia concesso cospicui finanziamenti danneggiando la società.”
La Cassazione ha proseguito affermando che l'abusiva concessione del credito "integra un danno per la società in sé, oltre che per i creditori anteriori, e determina l'insorgere dell'obbligazione risarcitoria in via solidale, giacché gli elementi costitutivi della fattispecie di responsabilità sono correlabili alla mala gestio degli amministratori di cui lebanche si siano rese compartecipiper il tramite dell'erogazione di quei medesimi finanziamenti, nonostante una condizione economica tale da non giustificarli".
Al fine di poter contestare una responsabilità solidale dell’istituto bancario, quindi, è necessario che questo fosse aconoscenza dello stato di crisi in cui versava l’impresa.