Curatore Fallimentare

Responsabilità penale del curatore fallimentare


La Sentenza della Sezione penale della Corte di Cassazione n. 3327/2010 segna una svolta di tendenza: il reato del curatore fallimentare, che si appropria indebitamente di beni a sua disposizione a seguito di un provvedimento giudiziario, rientra negli estremi del peculato e non di truffa aggravata.

Il caso nello specifico riguardava una curatrice che aveva, ingannando anche gli addetti in banca, aggiunto nomi estranei alla lista degli autorizzati al prelievo del denaro, senza l’opportuna autorizzazione del giudice.

La Sentenza si pone dunque come spartiacque chiarendo una disputa che si protrae da anni cercando di chiarire la differenza di configurazione tra reato di truffa e di peculato.

La prima, prevista all’art. 640 del codice penale, è definita infatti come la condotta di “Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno” e quindi configura l’arricchimento come una conseguenza, anche temporale, della condotta in oggetto. In particolare si tratterebbe di truffa aggravata secondo la fattispecie di cui all’art. 640 bis del c.p., in cui l’aggravante deriva proprio dal conseguimento di erogazioni pubbliche. Il reato rientra nella categoria dei “Delitti contro il patrimonio mediante frode”.

Il peculato invece, ex art 314 del Titolo II Capo I (“Dei delitti dei Pubblici Ufficiali contro la Pubblica Amministrazione”), va a sanzionare la condotta del “Il pubblico ufficiale o l`incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria”. In questo caso perciò la somma è già nella disponibilità del reo e la condotta si configura come ex post.

Diversa quindi appare anche la direzione verso cui è rivolto il reato nei due articoli: reato contro il patrimonio quello di truffa, contro la PA quello di peculato.