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Abbigliamento, fallisce la catena Camaïeu: addio a 1000 negozi e migliaia di posti di lavoro


Fallimento senza appello per la francese Camaïeu, azienda specializzata in prêt-à-porter da donna che da fine luglio, dopo lo stop da lockdown, non ha più alzato la serranda dei suoi 1000 store disseminati in più di 18 Paesi (44 negozi in Italia e ben 600 in Francia). La catena di abbigliamento, come tante altre del fast-fashion, è stata duramente colpita dalla crisi dei consumi e dalle chiusure imposte dalla pandemia da Covid-19. La proprietà, tuttavia, denunciano i sindacati, non ha fatto nulla per tutelare i dipendenti, ma ha solo "chiuso i negozi e abbandonato i lavoratori al proprio destino". Questo è avvenuto in Italia come in Francia dove a metà dicembre la quasi totalità dei 440 dipendenti Camaïeu licenziati alla fine dell'estate non avevano ricevuto ancora alcuna indennità di disoccupazione. Per Camaïeu Italia l'epilogo è stato sancito dal Tribunale di Milano che ha dichiarato il fallimento della società, ormai una 'scatola vuota', pochi giorni fa. Per la maggior parte dei lavoratori italiani (in totale 246) senza stipendio dal primo novembre e con il rischio di non poter accedere neppure alla Naspi, la Nuova assicurazione sociale per l'impiego che altro non è che un'indennità mensile di disoccupazione, la svolta è invece arrivata il 21 dicembre scorso. L'azienda, rappresentata dal curatore fallimentare, e le parti sociali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, hanno infatti siglato un accordo che stabilisce che i 139 dipendenti a tempo indeterminato saranno licenziati potendo così accedere alla Naspi (la società si era infatti dichiarata impossibilitata a garantire ai licenziati misure di accompagnamento e la Naspi era l'unico salvagente possibile). "Il momento è di incertezza assoluta – spiega Marco Beretta, segretario generale della Filcams-Cgil di Milano dalle colonne de Il Giornale – questo periodo è decisivo per cercare di contenere la quantità degli esuberi che ci saranno quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, ancora difficili da quantificare". La crisi ha colpito catene italiane come Scarpe&Scarpe e Conbipel, gruppi internazionali come H&M e Gap che ha annunciato la chiusura di 120 negozi in Europa, tra cui quelli di Milano. Una piccola boccata d’ossigeno nella crisi del gruppo francese di abbigliamento per bambini Z Stores è arrivata con l’acquisizione di alcuni dei punti vendita da parte di Zucchi e Id Valeurs, ma nonostante questo "almeno 350 lavoratrici sembrano destinate ad uscire". Il presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, Renato Borghi, ha spiegato che "le imprese di abbigliamento e calzature sono di fronte a un baratro". L’associazione prevede la chiusura di 20 mila punti vendita in Italia, una perdita di 20 miliardi di euro di fatturato e il rischio occupazionale per 50mila persone. "Le prime a cadere sono state aziende già traballanti prima del Covid – spiega Roberta Griffini, della Filcams-Cgil – siamo molto preoccupati per quello che succederà questa primavera".


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