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Coronavirus & calcio, in Italia 12mila club a rischio crac


Pandemia fa purtroppo rima con recessione. Temuta, prevista, inevitabile che sia, la crisi 'del dopo' Coronavirus rischia di pesare per anni sui conti di industrie, famiglie, Stato. Al momento, ammortizzatori sociali o meno, tremano tutte le imprese che confidano di reperire ossigeno puro grazie al decreto legge sulla liquidità, per ora solo in bozza. Una delle industrie più note, famose e seguite, quella del calcio, è tra quelle che attende di conoscere il proprio destino poiché, nonostante il luccicante giro di fantamiliardi, anche il football non è immune alla crisi da Covid-19. Il mondo del pallone, infatti, rischia un crac epocale. E non solo in Italia. Da marzo, come noto, tutti i campionati e le Coppe, ad esclusione di quelli in corso in Bielorussia, Nicaragua, Burundi e Takigistan, sono sospesi. Mentre è ormai ufficiale il rinvio degli Europei, riprogrammati per il 2021 al pari delle Olimpiadi di Tokyo. Il blocco delle competizioni, con ovvie ricadute in termini economici dato che esso significa stadi vuoti, nienti incassi, zero entrate da sponsor, diritti televisivi, rimborso abbonamenti, ha obbligato, per primi i top club europei quotati, a cercare di ridurre le spese fisse, in primis gli ingaggi. In Italia, per cercare di arginare i mancati introiti, i club di Serie A hanno raggiunto un accordo per tagliare quattro mensilità degli stipendi dei calciatori, con la sforbiciata che si dimezzerebbe in caso di ripresa dei campionati. Ma l'Associazione calciatori si è messa di traverso e la 'partita', Juventus e Inter a parte dato che l'accordo interno per questi due club è già stato messo nero su bianco, è aperta. In caso di una sospensione definitiva del campionato di Serie A, il taglio del 30% degli stipendi, riposta Money.it, potrebbe far risparmiare 355 milioni che però non sarebbero sufficienti a ripianare tutte le perdite che potrebbero superare in totale anche i 700 milioni. Se la questione pandemia-stipendi tiene banco in serie A, figuriamoci quale terremoto il virus potrebbe generare in Serie C e nei campionati dilettanti. Qui, a quanto pare, dovrebbe scattare la cassa integrazione, ma, secondo un primo studio c'è un rischio fortissimo di fallimenti di massa. Soprattutto tra serie D e dilettanti, dove sarebbero a rischio crac almeno 12mila società. Ma secondo una recente indagine del Sole 24 Ore ripresa da Calciotoday, se i campionati non dovessero riprendere, il rischio fallimento “è concreto anche per tutta l’area della Serie C, per molti club di Serie B e per qualcuno di A, insomma per chi già viveva un equilibrio economico precario, inevitabilmente acuito dall’emergenza". In generale il problema riguarderebbe il 75% delle società professionistiche che, come migliaia e migliaia di altre imprese economiche, avrebbero necessità di sostegno da parte dello Stato. Se c'è un rischio potenziale di fallimento di massa, il coronavirus, tuttavia, potrebbe essere inquadrato come concausa dato che molti club, anche nella massima serie, presentano patologie croniche pregresse, con conti economici non sempre brillanti e debiti che risalgono anche a prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. Per ripartire si prospetta, dunque, l’aiuto dello Stato e della Fifa che starebbe lavorando ad un fondo 'salva calcio'. La situazione è preoccupante e non solo in Italia. In Inghilterra, ad esempio, ci sono società storiche come il Burnley, iscritto alla Premier, che hanno già dichiarato un'emergenza liquidità. Sempre nel caso, molto probabile, che non si torni presto in campo. In Germania, infine, secondo la rivista sportiva Kicker sarebbero ben 13 i club, di cui quattro di Bundesliga, in forte difficoltà.