Fallimento

Si pensa al fallimento per il Casinò di Venezia


Potrebbe ben accadere che lunedì la ex maggioranza si dimetta. Ciò renderebbe davvero difficile per il sindaco Orsoni, affrontare con una giunta o i dirigenti comunali, la questione del Casinò agli amministratori della società patrimoniale. Ben potrebbe accadere che i libri vengano portati in Tribunale per la procedura di fallimento.

Lunedì scorso, alla riunione dei capigruppo, il sindaco ha provato a parlare di una fusione con Ive, l’Immobiliare veneziana, e il commissario potrebbe realizzarla. Tale è, però, solo un’ipotesi.

La vicenda

L’altra società, la Casinò di Venezia Gioco (Cdv Gioco), ha i conti ancora equilibrati ma se la prima dovesse davvero fallire, dovrebbe essere ripensata completamente perché diventerebbe una società del gioco che non ha più nemmeno una sede, dato che Ca’ Vendramin e Ca’ Noghera, come del resto le aree all’interno del Quadrante Tessera, farebbero parte della procedura fallimentare; senza contare che, con gli incassi in calo, anche i soldi che il Comune si aspetta dal Casinò diventano un problema.
La decisione di dividere in due le società non è stata proprio fruttuosa. Tale scelta avrebbe avuto senso se mai si sarebbe arrivato alla privatizzazione. Venuto meno il tentativo gli incassi della Cdv Gioco non possono più essere utilizzati, in parte, per un piano di ammortamento dei debiti della Cmv Spa.

Il progetto di privatizzazione si è trasformato in un danno, giacché i debiti del Casinò e del Comune ammontano a oltre 170 milioni di euro.
E da dove viene fuori tale buco? La giunta dimissionaria e il Casinò se la prendono con le gestioni precedenti che hanno accumulato perdite su perdite. Prima c’erano il presidente Mauro Pizzigati e il direttore generale Carlo Pagan. Pizzigati aveva tentato di difendere la sua gestione ma il sindaco Orsoni e l’ex amministratore delegato (attuale direttore generale) Vittorio Ravà hanno continuato a sostenere che il Casinò era bloccato negli investimenti proprio a causa del debito accumulato dai predecessori, e che quindi la soluzione era privatizzare il gioco.

Dal 2006 al 2009 l’Azienda, che allora era la migliore sul mercato italiano, ha dovuto versare al Comune  410 milioni di euro mentre in cassa ne aveva solo 350, sempre comunque moltissimi più di quelli che versa da un paio d’anni a questa parte: tra gli 80 e i 107 milioni l’anno di profitto, contro i 20 o 25 attuali. Il Comune, per coprire questo gap di 60 milioni di euro aveva creato la sua società, pagando beni immobili. Se da un lato ha incrementato il patrimonio, dall’altro ha impoverito la gestione finanziaria e ha costretto il Casinò a ricorrere al credito.

I debiti, dunque, sono e nei confronti del Comune che li ha generati. E il Consiglio comunale, volendo, avrebbe potuto decidere di azzerarli con un piano pluriennale.