Bancarotta

Rossignolo, arrestato per bancarotta, e la sua verità


Il ritorno in procura di Gian Maria Rossignolo è stato un passo importante. Siparla di corsi di formazione di cui sono stati ricevuti i finanziamenti ma i quali non sono stati mai organizzati. I fondi provenivano dalla Regione Piemonte e dall'Unione Europea. Intanto il fascicolo di Rossignolo è ancora aperto. Gianluca, uno dei figli, ha ricevuto una misura cautelare. In due anni molte cose sono cambiate, sono accresciute le responsabilità in una situazione che ha visto finire senza lavoro 800 operari specializzati e ha fatto sparire i fondi pubblici pari a milioni di euro.

Si sta lottando per difendere il marchio di De Tomaso

E' chiaro adesso che non è previsto un domani per le auto in progettazione il cui brevetto all'avanguardia era L'Univis, presentato come l'Invenzione dell'industria e del mercato dell'auto del Piemonte. Oggigiorno il fallimento della società ha un grande nemico: chi vuole speculare sul suo marchio. I dipendenti nel frattempo protestano per riuscire ad ottenere la cassa integrazione.
Come mai Rossignolo è stato risentito in procura? E' davvero lui il colpevole del fallimento della De Tomaso dovuto alla bancarotta? I lavoratori su questo sono certi: no. Persino hanno deciso di sostenerlo nel giudizio civile, anche se il giudice ha deciso di renderlo soccombente. Rossignolo ha chiarito di non essere stato da solo nell'operazione intercorsa. L'obiettivo reale era poter salvare Pininfarina dal dissesto. Ed è quanto si evince da una lettera che risale al 26 agosto 2011, diretta al tempo al presidente della Regione Piemonte, che è rinvenibile tra le carte relative al fallimento.

Il contenuto della lettera inviata il 26 agosto 2011

Rossignolo spiegava come fosse stata una necessità, a seguito del diniego degli istituti bancari di finanziare nuovamente Pinininfarina ormai sotto esposizione e debiti di carattere proibitivo. Bisognava cercare una soluzione che permettesse di evitare i più tragici risvolti, come ad esempiola messa in mobilità delle maestranze in eccesso (900); bisognava, inoltre, dar seguito agli impegni di carattere produttivo che la Pininfarina aveva preso nei confronti di Fiat per l'Alfa Romeo e la Ford. Inoltre, c'era bisogno di una liquidità di 17 milioni di euro da aggiungere. A seguito si è arrivati ad un accordo che assieme alla De Tomaso interessava la Pininfarina, le organizzazioni dei sindacati, le banche e l'assessore all'industria.
Cerchiamo di capire quali fossero i termini dell'accordo, che oggi possono far comprendere meglio molte cose: compravendita dello stabile di Grugliasco per 13,6 milioni di euro da Pininfarina a Sit, società di Fin-Piemonte partecipazioni, la quale nel frattempo avrebbe percepito 650 mila euro annuali come canone d'affitto, mai ricevuti in realtà; acquisto delle linee di produzione di Pininfarina a De Tomaso per 2 milioni (tali linee produttive non avevano alcun valore, infatti furono rottamate dopo le commesse apprese da Pininfarina con contributi di carattere pubblico); 900 dipendenti assunti da De Tomaso che avrebbero dovuto portare a conclusione le commissioni Alfa Romeo e Ford per ottobre 2010; c'erano poi i corsi di formazione per i quali erano stati ricevuti i finanziamenti ma che non si erano mai tenuti (e qui non si spiega come 900 operai potessero essere assunti quando fabbriche come Lamborghini ne hanno 400); un contratto stipulato per un milione di euro per la creazione della prima automobile di lusso che De Tomaso aveva commissionato a Pininfarina.

La ricostruzione fa, dunque, emergere dei dati molto interessanti per l'esame della procura

Pininfarina, dal canto suo, in questo modo abbandonava mille dipendenti in esubero, andava a vendere ad un prezzo molto alto la sua azienda ( il valore di mercato dello stabilimento è più basso di circa due terzi ma la cifra, si disse, era tale per poter permettere il passaggio dei tfr dei dipendenti; faceva acquistare linee di produzione non più utilizzabili, concludeva le commesse con gli operai De Tomaso, e sviluppava, almeno inizialmente un incarico per un prototipo. Nel frattempo De Tomaso ne sopportava gli oneri. La Regione lo finanziava, perché egli sviluppasse con 18 milioni di euro a fondo perduto dei bozzetti e con 2 milioni i corsi di formazione per i lavoratori.
Questa è la lettera di Gian Mario Rossignolo che arrivò a Roberto Cota per l'operazione che lo condusse in carcere e prima ancora agli arresti. I dipendenti confermano l'intera vicenda, impugnando la cessione del ramo d'azienda innnazi al Tribunale del Lavoro. Il giudice Lucia Mancinelli ha propeso per Pininfarina. L'appello ci sarà a Luglio 2015. Non possiamo sapere quali saranno gli esiti della vicenda. Bisognerà, dunque, attendere l'anno venturo.