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Malo: il Made in Italy della moda che rischia il fallimento


La situazione dell' impresa della moda in Italia sta migliorando. L'abbassamento degli affitti dei locali destinati al retail contribuisce a questo scenario. Infatti, c'è stata una flessione del -10% rispetto al periodo pre-Covid. Gli affitti si sono maggiormente abbassati nelle regioni del Sud Italia. (fonte: Fashion Magazine). Tuttavia, il fallimento Malo, azienda di cashmere che potrebbe approfittare delle riaperture per incrementare i propri profitti, sembra essere vicino più che mai. La causa, però, non risiederebbe nelle difficoltà economiche causate dalla pandemia che ha già costretto molte aziende a chiudere i battenti. Stando alle accuse della Procura di Firenze, il possibile fallimento è imputabile a chi ha gestito l'impresa dal 2012 al 2018 (fonte: La Repubblica).

Le origini

I due fratelli imprenditori Alfredo e Giacomo Canessa fondono la Malo nel 1972, a Firenze. Ma dopo un anno, la sua sede principale si sposta a Campi Bisenzio. Nel 1980, l'impresa si espande a livello nazionale. Il suo primo showroom a livello extra regionale viene aperto a Milano, considerata da sempre la capitale della moda. Nel 1984, la Malo muove invece i suoi primi passi a livello internazionale. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, l'impresa acquisisce due maglifici e punta sempre di più all'export. A questo scopo, apre delle filiali a New York, a Dusseldorf, a Parigi e a Tokyo (fonti: My Word e La Repubblica).

Dopo l'acquisizione della Mgm Malima, l'impresa conclude il decennio entrando a far parte del Gruppo It Holding. La società Evanthe la acquisisce a fine 2010. Il primo fallimento Malo ha però inizio nel marzo del 2013. Infatti, è stata annunciata la chiusura di due stabilimenti produttivi di Borgonovo Val Tidone. La chiusura è stata poi scongiurata con degli ammortizzatori sociali. Un'altra società, Quadro Partners Found, acquisisce l'impresa nel 2014. Tra il 2015 e il 2017, uno dei fondatori, Giacomo Canella, riprende le redini assumendo il ruolo di consigliere delegato. Sotto la sua guida, la Malo apre altri negozi a Saint-Tropez e Mosca (fonti: La Repubblica, Il Sole 24 Ore e Piacenza24).

Il primo fallimento

Il 2018 è l'anno in cui il Tribunale di Firenze decreta il primo fallimento Malo. Il giudice nomina Daniele Fico come suo curatore fallimentare. Inoltre, fissa l'udienza di adunanza dei creditori per il 21 giugno. Ma gli imprenditori Walter Maiocchi, Mario Stangoni e Luigino Belloni uniscono le loro forze per acquisire l'impresa allo scopo di farla risorgere dalle sue ceneri. Sotto la nuova gestione della loro società FinPlace 2, i 109 dipendenti che hanno rischiato di perdere il loro impiego tornano al lavoro. La loro iniziativa sembra finalmente concludere un periodo ventennale in cui i passaggi di proprietà si sono succeduti in modo frenetico (fonti: La Repubblica e Fashion Network).

La FinPlace 2 fa fruttare il suo investimento di 9.920 milioni di euro fin da subito. Per cominciare, assume altri 20 dipendenti per gli stabilimenti produttivi e rilancia la produzione interna all'insegna della qualità. Un'altra iniziativa della società consiste nel rilanciare il marchio Malo con l'aiuto dei dipartimenti di marketing e comunicazione. Alta Roma e Pitti Immagini hanno l'opportunità di posare gli occhi su una nuova collezione che riscuoterà subito successo. I tre imprenditori promuovono delle iniziative volte alla riconquista della clientela estera. Progettano infine l'apertura di un sito di e-commerce in cui i clienti non solo acquisteranno i capi, ma comunicheranno anche con l'impresa stessa (fonte: Corriere della Sera).

Nuovi ostacoli

Nel 2020, in pieno periodo di lockdown, la Malo apre dei negozi a Verona e a Napoli. Recupera la clientela internazionale, soprattutto quella coreana. L'obiettivo estero infatti persiste nella mente dei tre imprenditori che si occupano del suo rilancio. In particolare, si pensa a New York e alla riapertura della boutique sita in Madison Avenue. Agli inizi del 2021, la FinPlace 2 trae un bilancio tutto sommato positivo della sua avventura presso la Malo. Ma riconosce che i suoi piani di espansione all'estero hanno conosciuto una fase di rallentamento. Questo, però, ha dato origine a una nuova strategia che stavolta punta sul fattore sostenibilità (fonti: Forbes e Il Sole 24 Ore).

Nel maggio del 2021, il rischio di un nuovo fallimento Malo torna a incombere. Il pm Gianni Tel della procura di Firenze chiede il rinvio a giudizio non dei tre imprenditori che hanno rilanciato il brand, ma dei loro otto predecessori. L'accusa verte sul dispendio o sulla distrazione della somma di circa 9 milioni di euro in operazioni contestate tra il 2012 e il 2018. Tra i nominativi, ci sono Fabio Ducci, ex ammistratore delegato, Giuseppe Polvani, ex presidente del Cda, e Paolo Cerina, ex consigliere. La procura di Firenze muove le sue accuse anche contro Giacomo Canessa, l'ex fondatore che ha guidato l'impresa tra il 2015 e il 2017 (fonte: La Repubblica).

Cosa viene contestato?

Per cominciare, i compensi dirigenziali, che risultano sproporzionati rispetto ai profitti generati dall'impresa. Per esempio, durante il loro rispettivo periodo di gestione, Ducci ha incassato 1.394,000, mentre Canessa ha guadagnato 1.748,000 euro. Poi c'è stata una cessione di merce del valore di 3,5 milioni di euro circa a favore della sezione francese e russa della Malo. Infine, il prestito di 7 milioni di euro che l'impresa ha contratto a un tasso del 7 per cento, nonostante i tassi medi di quel periodo fossero invece del 3,25 per cento. Un pool di avvocati, composto tra l'altro da Paolo Rosini, Filippo Bellagamba e Francesco Tesi, si è incaricato della difesa degli accusati (fonte: La Repubblica).

Fallimento Malo: una realtà?

L'udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 11 novembre. Nel frattempo, è verosimile ipotizzare che la Malo, già messa in difficoltà dalla crisi economica post-pandemia, possa affrontare un nuovo fallimento. Se i debiti di chi l'ha guidata in passato non saranno saldati, essi potrebbero andare a pesare sulle spalle di chi la sta attualmente guidando. Questo significa che i tre imprenditori potrebbero essere costretti a sacrificare qualcosa pur di ripianarli. E magari potrebbero dire addio ai piani di espansione estera e alla riapertura del negozio di New York, ma non solo. Il rischio che qualche dipendente degli stabilimenti produttivi venga mandato a casa, scongiurato nel 2013, potrebbe questa volta concretizzarsi.


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