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Startup, i 10 fallimenti più pesanti del 2017


La flop-ten dei giovani sogni americani

A volte, soprattutto se si tratta di startup, nemmeno finanziamenti milionari, entusiasmo e una bella sede nel cuore della Silicon Valley, sono sufficienti a scongiurare il fallimento. TechCrunch, web-media dedicato al binomio tecnologia-finanza, ha messo in fila le 10 giovani società più finanziate chiuse nel corso del 2017. In alcuni casi è stata proprio l’idea di business a collassare su se stessa provocando l’implosione del giovane sogno americano, ma tra le cause dei flop troviamo anche criticità di prodotto e di mercato. Non mancano, tuttavia, anche i cosiddetti fallimenti strategici, quelli messi in atto per agevolare l’acquisizione societaria da parte di un gruppo finanziario più potente o per rinascere, al pari di una crisalide, sotto altre forme.

Finanziamenti per 1,7 miliardi di dollari non sono bastati

Detto questo, tuttavia, la classifica delle 10 ex startup non può non tenere conto di un dato monstre, ossia il capitale raccolto in fase di lancio: la bellezza di 1,7 miliardi di dollari. Ma vediamole nel dettaglio: in cima alla flop-ten troviamo Jawbone con i suoi 590,8 milioni raccolti in round d'investimento più altri 400 milioni arrivati da BlackRock. Jawbone si era inventata i dispositivi a forma di braccialetto per monitorare sonno, battito cardiaco e attività fisica. Qualcosa è andato storto, perché la startup ha avviato la liquidazione a luglio. Qualche mese prima si erano spente le luci negli uffici di Quixey, la società che aveva raccolto quasi 200 milioni di dollari sviluppando una tecnologia che consentiva agli utenti di cercare app non solo per nome ma per funzione. Troppo forte la concorrenza di Siri, Cortana e Google. Niente da fare anche Beepi. Nata per velocizzare e semplificare le vendite di auto usate tra privati, ha ottenuto 149 milioni di dollari di finanziamenti ma non è mai riuscita a decollare. 

Troppa concorrenza e falle nella progettazione del business

E’ implosa su se stessa, invece, Juicero con la sua macchina per produrre frutti di succa ‘espressi’. La macchina, costo 400 dollari, funzionava, eccome. Peccato però che fosse del tutto inutile dato che gli stessi succhi si potevano ottenere utilizzando semplicemente le mani. E così Juicero è sparita insieme ai 118,5 milioni di dollari raccolti. The end anche per le trasmissioni di Auctionata, piattaforma per il videostreaming dedicata alla ‘diretta’ delle aste, con possibilità di partecipare alle vendite in tempo reale. Difficoltà tecniche ne hanno sancito la fine prematura. Non è andata oltre un anno di vita anche Yik Yak, app valutata quasi 400 milioni. Con un clic consentiva di inviare messaggi anonimi agli utenti in un raggio di 5 miglia. Il cyberbullismo e la concorrenza le hanno fatto perdere il 70% degli utenti in un lampo e come un lampo è sparita. Niente da fare nemmeno per Sping, circuito di consegne a domicilio di cibo creato in proprio, una sorta di Deliveroo con cucina; stessa sorte, quella del fallimento, anche per Pearl, la start up creata da ingegneri ex-Apple che aveva realizzato telecamere integrate nelle targhe automobilistiche in grado di sostituire lo specchietto retrovisore. Il prodotto, però, era troppo caro. Attività sospesa anche per Hello, società che ha inventato un dispositivo da comodino per tracciare il sonno e per HomeHero, l’Uber dell’assistenza sanitaria.