Curatore Fallimentare

Bologna: sul banco 16 chili di pasta ripiena


Tra circa una settimana il pastificio Cerlacchia finirà all’asta, per la seconda volta, dopo il fallimento del 2013 (200.000 euro la base di partenza). E per attirare acquirenti, mette sul piatto quello che sa fare meglio: tortellini, ravioli e tortelloni.
Dopo averlo sperimentato con le imprese associate a Unindustria, ultimo in ordine di tempo ad aderire il Gruppo Marchesini, il pastificio invia al grande pubblico il suo “kit anticrisi”, dove la crisi in questione è ovviamente quella dell’azienda che conta 12 lavoratori in cassa integrazione in deroga da marzo (non ancora pagata dalla Regione per mancanza di fondi).
Sono in vendita a 33 euro 16 chili di pasta ripiena, in 64 confezioni, con un costo dimezzato rispetto al normale prezzo al banco, possono essere conservati fuori dal frigo per un massimo di cinque mesi, grazie alla particolare lavorazione e confezione della pasta (doppia pastorizzazione e in busta ad atmosfera controllata).

L’idea è venuta dal curatore fallimentare dell’azienda, Giacomo Barbieri, che si è messo in gioco e ha ottenuto il beneplacito del collegio dei creditori e del Tribunale. Ha incassato anche l’aiuto di Andrea Segrè, presidente di Caab e Last minute market, che si è offerto per lo stoccaggio e la distribuzione del prodotto. Finora sono stati superati i 300 ordini, ma “l’obiettivo è raggiungere i 100.000 euro – ha spiegato Barbieri - allora potremo dire che è un’iniziativa di successo”.

Il kit di pasta anticrisi può essere usato “come scorta personale - sottolinea il curatore fallimentare del pastificio Cerlacchia - o come omaggio ai propri dipendenti, per sostituire i pasti nelle mense o per fare beneficenza”. Segrè incoraggia l’iniziativa. “è una vetrina importante per un possibile acquirente - sostiene - e un modello per altre situazioni. Da Bologna arriva un segnale forte”. L’azienda, di proprietà della famiglia Cecconi, ha sede tra Granarolo e Budrio ed è attivo dagli anni ‘70. “Produce 100 quintali di pasta ripiena al giorno - spiega Barbieri - a sufficienza per sfamare tutti gli abitanti della provincia di Bologna a pranzo e cena. Nel periodo d’oro è arrivato a fatturare anche sei milioni di euro all’anno”. Nel 2013, invece, che è stato l’anno in cui l’azienda è fallita, si è fermato a due milioni. Al pastificio hanno fatto riferimento cinque marchi, “famosi all’estero ma sconosciuti in Italia - spiega Barbieri - il 90% del prodotto è destinato ai mercati esteri, dal Nord Europa agli Stati Uniti, ma abbiamo richieste anche dall’Australia e dal Sud America”.