Fallimento

Azienda in fallimento perchè email non si apre


Il raggiro della email del Tribunale

Solo successivamente si scopre che quella stessa email inviata dal tribunale attraverso posta certificata è vuota (quindi nulla) e il fallimento è stato cancellato. Peccato però, il tempo passato è eccessivo nel frattempo il guaio ha condotto ad undici licenziamenti, rovinando il futuro ad una ditta che mai aveva avuto contenziosi né col Fisco né con Equitalia.

La ditta sita in viale dell’Industria 60, funzionava bene

La ditta in viale dell’Industria 60  funzionava bene. L’assurdità di Finalmente A Casa 360 Floors and Forniture, che aveva uno showroom di milletrecento metri quadri luminoso, scorgibile direttamente dalla tangenziale che va dal casello di Padova Est fino al cuore della città del Santo.

Un locale al pianterreno con mobili per l’arredo sempre al passo coi tempi e col design a là mode. Il posto sembra essere la causa di una storia che nel giro di pochi mesi ha messo in ginocchio un’azienda che aveva un fatturato di 6 milioni e 300 mila euro nel 2011 e di ricevere lavori prestigiosi come la realizzazione della piscina Y-40 (la più profonda al mondo all’hotel Millepini di Montegrotto Terme), alcune ristrutturazioni post-terromoto a L’Aquila e diverse commesse a Cortina.

Le parole dei titolari della ditta d’arredo sulla quantificazione dei danni e la triste storia

“Ora stiamo contando i danni, chissà se riusciremo mai a ripartire”, racconta Stefania Boscaro, che col marito Gianni Furlan è proprietaria della ditta d’arredo, ormai sul lastrico. La storia incredibile della «Finalmente A Casa », fallita e rimessa «in bonis» (ma senza più un soldo per rinascere) in meno di quattro mesi per colpa di una mail errata e spedita per Pec dalle cancellerie del tribunale di Padova, inizia attorno alle 19.30 del 26 maggio scorso, quando in viale dell’Industria arriva un artigiano che collaborava, esterno dell’azienda. Ha il viso scuro, vuole parlare con il signor Furlan: “Siete matti, ci fate lavorare e siete falliti. C’è tutto sul portale del tribunale di Padova”, sono le parole che fanno tremare i polsi ai proprietari.

“Nessuno ci aveva mai parlato nemmeno di un’istanza di fallimento, figurarsi di una sentenza “, ricorda ancora adesso Stefania Boscaro che confida il suo immenso sdegno ad una lettera inviata al Corriere del Veneto. Lei non sapeva che il calvario della sua ditta era iniziato un mese prima, il 30 aprile 2014, quando il giudice del tribunale di Padova aveva dichiarato fallita la «Finalmente A Casa», come chiesto dal proprietario dell’immobile in cui era stata allestita l’esposizione e a cui l’azienda non aveva versato centomila euro per l’affitto dei 1.300 metri quadrati, ovvero 7 mensilità.

La notifica errata

“Avevamo preferito pagare i fornitori”, spiegano. E così si erano rivolti al tribunale chiedendo – e ottenendo – il fallimento degli affittuari. Con la sentenza del giudice però se n’erano andate commesse e 11 posti di lavoro.
Ma com’è possibile che nessuno in viale dell’Industria sapesse nulla? Tutta «colpa» di una notifica del tribunale arrivata alla «Finalmente A Casa» attraverso posta certificata, come previsto dalla legge.

Quella mail però la signora Boscaro e il marito non erano riusciti ad aprirla non avendo la firma digitale necessaria per l’accesso.
All’oscuro di tutto quindi non si erano nemmeno presentati all’udienza di fine aprile e il giudice, senza alcuna integrazione, aveva decretato il fallimento. Una volta scoperta, la sentenza era stata impugnata davanti alla Corte d’Appello di Venezia che il 14 agosto ha accolto il ricorso annullando la sentenza di Padova. I legali dell’azienda erano riusciti a dimostrare come la mail non contenesse allegati e quindi, anche se mai aperta, di fatto nulla. “E’ un caso limite ma mi pare esagerato che un tribunale faccia fallire un’azienda tramite la Pec – commenta Luigi Ometto, presidente dell’Ance di Padova - Se poi non c’era nemmeno l’allegato è un paradosso. Si passa da un eccesso di zelo a tempi di giustizia lumaca”. Un danno ingente come lo definisce Ometto, che risuona nelle parole delle vittime. “Ora è come se non fossimo mai falliti – spiega la titolare - solo che questi tre mesi ci hanno distrutto. Se ci fosse stata una notifica a mano, avremmo partecipato all’udienza facendo vedere che l’azienda era sana”.