Il 'caso Embraco', minuto dopo minuto

20/02/2018 Crisi aziendali
sede italiana Embraco

Dopo 24 anni l'azienda controllata da Whirlpool vuole abbandonare l'Italia e licenziare 500 dipendenti, già saltata la trattativa col Governo e il Ministro cerca manforte in UE

Il caso Embraco, l’azienda del gruppo Whirlpool che vuole tagliare quasi 500 lavoratori, è deflagrata pesantemente dentro gli uffici del Ministero dello Sviluppo Economico. Il Ministro Calenda puntava a trattare gli esuberi e ripianare la crisi entro 75 giorni, ma a quanto pare è arrivato inatteso lo strappo totale con la proprietà, definita 'gentaglia' dallo stesso ministro. Ma facciamo un passo indietro, lungo 24 anni. Era il 1994, infatti, quando Whirlpool acquistava a Riva di Chieri, in provincia di Torino, un fabbricato destinandolo alla controllata Embraco, società brasiliana specializzata nella produzione di compressori per frigoriferi. Embraco fa di Riva di Chieri il quartier generale europeo, ma poi la casa madre Whirlpool, complice anche la crisi del mercato, inizia a guardare a est, per la precisione in Slovacchia, dove viene aperto un nuovo stabilimento e dove, ovviamente, il lavoro costa meno. Nel frattempo, tuttavia, a Riva di Chieri nulla cambia. Almeno fino all'autunno del 2017 quando spuntano le prime ipotesi di delocalizzazione in Slovacchia. E meno di due mesi fa Whirlpool annuncia l'intenzione di chiudere il sito piemontese per trasferire all'Est tutta la produzione italiana. Il governo italiano interviene proponendo l'apertura della cassa integrazione e lo studio con Embraco di un nuovo piano industriale per superare la crisi. Ma da Whirlpool arriva il 'due di picche'. Anzi, la proposta dell'azienda è ritenuta dal ministro quasi offensiva: riassunzione dei dipendenti con contratto part-time e salario ridotto. Il ministro Calenda abbandona il tavolo e ora valuta la negoziazione di un piano di reindustrializzazione con l’Europa da mettere a punto con Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo. Ovviamente bypassando la proprietà aziendale. Insomma, un bel rebus. E intanto 500 famiglie se la vedono davvero brutta.